TRACCE ..........

Africa e non solo........ articoli, riflessioni, pensieri,commenti, poesie, scambio di opinioni e... un pò di me stessa
giovedì, 28 febbraio 2008

La Pace in Kenya?

Si vorrebbe poter credere che sarà davvero così, che la pace ritornerà e che si ricomincerà a costruire il Kenya.
Ma dietro restano i morti, i tanti morti, che non avranno la possibilità di vedere un eventuale 'resurrezione'.
Possiamo adesso ritornare a sperare?????
Dal sito www.misna.org
La sensazione che si respira in giro è quella del sollievo, per la fine di uno dei momenti più bui della storia recente di questo paese e per l’inizio di una nuova fase”: padre Gigi Anataloni, missionario della Consolata lo dice alla MISNA a poche ore dalla firma dell’accordo tra il presidente Emilio Mwai Kibaki e il capo dell’opposizione Raila Odinga, un’intesa che dovrebbe por fine alla crisi post-elettorale segnata, secondo stime correnti, da 1000-1500 vittime e da diverse centinaia di migliaia di sfollati. “Il fatto che i due politici abbiano firmato un’intesa davanti alle telecamere rafforza l’importanza dell’impegno preso - aggiunge il religioso - restituendo ai keniani la fiducia per il futuro”. Festeggiamenti sono cominciati poco dopo l’annuncio anche nelle altre città del paese, teatro nelle ultime settimane di scontri e violenze a carattere anche etnico. “A Kisumu la gente è scesa per le strade a cantare e ballare, mentre i “matatu”, i microbus colmi di gente, avanzano a colpi di clacson, come dopo una partita di calcio” racconta Joseph Otieno, la cui voce al telefono è quasi coperta dalle grida di gioia e dal rumore del traffico. A Eldoret “la popolazione si è riunita in una processione spontanea, in cui vengono intonati canti per la pace, mentre le luci delle case sono state accese in segno di festa” dice Nixon Oira, della Commissione Giustizia e Pace della diocesi locale, la voce tremante per l’emozione. Francis Murei, della diocesi di Kericho , parlando anche gli abitanti di Eldoret e NAivasha, sottolinea: “La gente è felice e, quasi a voler cancellare gli ultimi due mesi, invia auguri di buon anno nuovo con messaggini di ‘Happy New Year’ sui telefoni cellulari; forse davvero, per il Kenya, il nuovo anno comincia oggi”.
 
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mercoledì, 16 gennaio 2008

HOPE

il popolo keniano ce la farà...
dobbiamo con lui Sperare...
il Nuovo Anno arriverà
«e l'erba guarderà in giù verso il cielo
e i ciottoli risaliranno il torrente
e l'uomo sarà buono e basta. Senza fare fatica
la terra sarà un paradiso».
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giovedì, 03 gennaio 2008

My country is burning.....

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Questo post è molto lungo, ma se qualcuno di voi ha voglia di cercare di capire cosa sta attualmente accadendo in Kenya, senza voler liquidare la faccenda con la retorica  'del solito scontro tra etnie', allora consiglio di leggerlo sino in fondo.
DA NAIROBI, PADRE KIZITO SESANA SULLA CRISI KENIANA
 
 
[Dal sito-web multimediale dello storico mensile comboniano “Nigrizia”, abbiamo “prelevato” in versione quasi integrale un articolo del suo direttore padre Kizito Sesana, che aiuta a comprendere aspetti più seri e profondi della crisi in atto in Kenya.]
 
Mentre scrivo, il mattino del 2 gennaio, la tensione per le strade di Nairobi, in particolare di Kibera, è diminuita. Evidentemente la gente ha bisogno di tornare alla vita normale, di guadagnare qualche soldo. Ma le notizie che giungono dall’ovest del Kenya continuano ad essere allarmanti. D’altro lato i problemi che hanno dato origine alle violenze rimangono, e nelle prossime settimane, quando il parlamento dovrà essere convocato, molti nodi politici verranno al pettine, ed è probabile che la tensione torni a salire. A questo punto la possibilità che ci siano stati dei brogli elettorali appare probabile. Ora emerge chiaramente che durante il giorno dell’elezione ci sono state intimidazioni, non necessariamente violente, e che in parecchi seggi sono stati comperati dei voti. Questo stato di cose riguarda entrambi i partiti che erano in corsa per le presidenza – il Partito di unità nazionale (Pnu) del presidente uscente Mwai Kibaki e il Movimento democratico dell’arancia (Odm) di Raila Odinga –, ma non dovrebbe aver influenzato i risultati in modo determinante, anche se è un’ovvia indicazione di un atteggiamento non democratico. Determinanti, invece, potrebbero essere stati dei brogli al momento della conta generale dei voti. Ma al momento nessuno è stato capace di dare prove chiare e attribuire responsabilità precise. Personalmente ho sentito persone che raccontano di voti comprati dall’Odm sulla costa. Ma queste persone non sono disposte a esporsi. E l’Odm non ha finora esibito i documenti, che ha assicurato di possedere, che proverebbero brogli su larga scala al momento della conta. Questa crisi l’abbiamo vista arrivare, ma nessuno ne aveva capito la potenziale distruttività e la carica di tribalismo che stava prendendo. I sondaggi che sono stati pubblicati dai media keniani negli ultimi mesi facevano vedere come la gente continuasse ad avere una sostanziale fiducia nel presidente e sempre meno fiducia nel suo partito. Mentre molti che erano favorevoli ai cambiamenti promessi dall’Odm erano meno entusiasti verso Raila, percepito come un uomo politico con tendenze dittatoriali. Così oggi i risultati delle elezioni, prendendo come autentici quelli ufficiali, rendono il paese ingovernabile, con un presidente che accentra molti poteri, ma che è in minoranza in parlamento, e che quindi non può governare. E con una rivalità tribale che è sfuggita probabilmente anche al controllo di chi l’ha scatenata. E le due parti sembrano ormai fisse su posizioni che non ammettono il dialogo. Un amico giornalista kikuyu, che mi pare possa rappresentare una mentalità comune, la vede così: «Io ho votato nel mio collegio elettorale per un parlamentare dell’Odm, perché credo che l’Odm possa avere in parlamento una funzione importante di controllo su un possibile strapotere del presidente, ma non accetterei mai Raila come presidente. Con lui al potere tra cinque anni non avremmo elezioni truccate: non avremmo elezioni, punto e basta». Come sbloccare la situazione? Innanzitutto, è importante che Kibaki e Raila accettino di muoversi nella legalità, rispettando la legge e la costituzione vigente, rinunciando entrambi alle manifestazioni di piazza che, inevitabilmente, provocherebbero morti e feriti. E servirebbero solo a inasprire le divisioni e creare un piedestallo per i due leader: “I miei morti sono più dei tuoi”. Il parlamento, così come risulta dai risultati elettorali annunciati, deve essere convocato e la giustizia deve lavorare indipendentemente per esaminare le reciproche accuse di brogli. Ma non basta. Kibaki deve accettare una seria revisione delle elezioni e che i voti siano ricontati alla presenza di un monitoraggio internazionale. Non c’è altra alternativa, se Kibaki vuole garantire la propria legittimità. Ma la cosa più importante è che Kibaki e Raila dialoghino. Kibaki finora ha reagito con la repressione, Raila punta sulle manifestazioni di piazza – una è prevista oggi, 3 gennaio a Nairobi – che gli diano legittimità. Ma è una strada di confronto che non può portare lontano e che rischia di bloccare il paese in un conflitto irrisolvibile. La diplomazia internazionale deve aiutare il Kenya; Gran Bretagna e Usa devono aiutare ad avviare il dialogo; l’Unione europea può avere un influenza importante. L’Unione Africana potrebbe aiutare a prender tempo. Tutte le possibili pressioni devono essere fatte su queste due persone e i partiti che rappresentano affinché accettino il fatto che devono collaborare e che il Kenya è più importante delle loro carriere politiche. In ultima analisi la pace non può venire dal di fuori, deve nascere dal di dentro, per poter superare definitivamente le difficoltà e gli odi seminati negli ultimi mesi e nelle ultime settimane. Un’ipotesi possibile sarebbe quella di recuperare il “terzo uomo”, Kalonzo Musyoka (etnia kamba), che ha corso per la presidenza ottenendo quasi mezzo milione di voti. Appartiene a un’etnia minoritaria, non ha mai usato né pubblicamente né privatamente, da quanto si sa, il linguaggio dell’odio tribale, ha competenza e conoscenza della situazione politica del paese. Potrebbe diventare il mediatore interno ideale, capace di far procedere un processo di riconciliazione che non può essere imposto dal di fuori. Il dialogo tra le due parti deve cominciare al più presto. Non si può aspettare. Bisogna evitare la manifestazione di piazza di oggi. Se questa manifestazione dovesse andare avanti, che il governo si opponga o no, non ci sono dubbi che scatenerà un nuovo ciclo di violenza e morte che renderà ancora più difficile la possibilità di una riconciliazione.
Per capire l’attuale contesto politico keniano bisogna risalire almeno al 1982, quando, dopo un tentativo di colpo di stato, l’allora presidente Daniel arap Moi ha trasformato il Kenya in una dittatura brutale, pur mantenendo alcuni elementi di facciata che lo potevano spacciare per una democrazia. Il tutto, è bene notare, sempre restando fedele alleato (e protetto) dell’Inghilterra e degli Stati Uniti, nonché amico dell’Occidente. Sarebbe troppo lungo seguire dal 1982 a oggi la carriera politica dei due principali protagonisti della crisi odierna, Mwai Kibaki e Raila Odinga. Basti dire che entrambi sono stati alleati di Moi e avversari di Moi, alleati con tutti e avversari di tutti, anche tra di loro. Per entrambi non si può parlare di una posizione ideologica, ma sempre e solo di alleanze per arrivare al potere. Entrambi hanno una rilevantissima fortuna personale, che in qualche caso non esitano a ostentare. È famosa la Hummer di Raila, un fuoristrada che costa diverse decine di migliaia di euro e che fa due chilometri con un litro di benzina, usato da Raila per visitare Kibera, il più grande slum di Nairobi, che fa parte del suo collegio elettorale. Credere che questi due signori siano motivati dal desiderio di servire il paese o che siano paladini delle democrazie e dei poveri, è cadere vittime di una pericolosa illusione. Il loro atteggiamento è descritto bene nell’editoriale del 1 gennaio del Nation, il maggiore quotidiano di Nairobi: « Né il Pnu né l’Odm durante le campagne elettorali hanno dimostrato particolare controllo o rispetto per la stabilità del paese. Il mantra sembra essere stato: o lo governiamo o lo bruciamo». L’incontrollata sete di potere, e di proteggere col potere le ricchezze più o meno legalmente acquisite, è il motore dell’attività politica di questi partiti. Detto questo, bisogna fare delle distinzioni. Mwai Kibaki da quando è andato al potere, cinque anni fa, ha fatto delle riforme importanti: l’istruzione gratuita per gli otto anni di scuola elementare; il garantire la libertà di espressione e di stampa (per cinque anni non abbiamo avuto prigionieri politici e tanto meno assassini politici come avveniva con Moi, e mai in Kenya una campagna elettorale è stata libera come l’ultima…); una serie di provvedimenti economici che hanno fatto ripartire l’economia, che negli ultimi anni di Moi aveva una crescita negativa e, invece, dal 2004 è cresciuta di oltre il 5% all’anno. Due i grandi fallimenti di Kibaki. La corruzione pervasiva, ereditata dai 24 anni di malgoverno di Moi, non è stata combattuta con l’efficacia e la determinazione che il cittadino comune avrebbe voluto. È stata si ridotta di molto, ma resta un cancro che pervade tutta la società keniana. Inoltre, la nuova costituzione, promessa da Kibaki appena eletto, non è stata ancora approvata, e la conseguente promessa di decentralizzazione del potere non è stata onorata. Dal canto suo Raila Odinga, andato al governo come membro della coalizione di Kibaki cinque anni fa, è poi passato all’opposizione sulla questione della nuova costituzione. Ed è riuscito a far bocciare la costituzione proposta da Kibaki con un referendum due anni fa. L’Odm è nato dallo slancio di aver fatto bocciare la costituzione e da allora Raila ha accentrato il potere del movimento e ha esasperato la questione tribale. Da oltre un anno ormai la parola d’ordine fra i luo – l’etnia di Raila e che ha un peso proponderante nel Odm, come, invece, i kikuyu, l’etnia di Kibaki, ce l’ha nel Pnu – è questa: «È arrivato il nostro turno di governare il paese». Per poi trasformarsi più recentemente in «se perdiamo le elezioni vuol dire che ci sono stati brogli». Raila, poi, durante la campagna elettorale ha giocato due carte pericolose. Prima ha promesso di implementare il “majimboism”, una specie di regionalismo che era stato negli anni ‘90 proposto da Moi e rifiutato da Raila. Non ha specificato però i contenuti di questo “majinboism”, lasciando così temere, anche riferendosi alla storia personale di Raila, che si trattasse concretamente di una specie di rigido regionalismo che avrebbe frazionato il paese. Successivamente ha firmato con i notabili della comunità musulmana un “Memorandum of Understanding” (MoU) i cui contenuti non sono mai stati divulgati con chiarezza. I suoi avversari, e molti cristiani, considerano comunque questo MoU un errore, perché propone una distinzione tra cittadini keniani basata sull’appartenenza religiosa. E questo è già un fatto contro la costituzione in vigore, così come contro il progetto di costituzione dell’Odm. Kibaki e il suo gruppo non hanno trovato di meglio che reagire a questa campagna alzando steccati e lasciandosi imprigionare nella trappola degli stereotipi etnici. Questa etnicizzazione della politica è responsabilità esclusiva dei leader. Per citare ancora l’editoriale del Nation, indirizzato a Kibaki e Raila: «Non c'è mai stata tanta animosità tra gente che ha vissuto insieme per molti anni come buoni vicini. Il caos che stiamo vivendo è il prodotto dell’elite tribale, economica e politica che si identifica con voi». Che l’aspetto etnico sia diventato centrale non lo si può negare. Inutile girare intorno al problema. Odinga in primo luogo, ma anche Kibaki e il suo partito, negli ultimi tre anni, per ragioni di opportunità politica personale, hanno fatto tutta una serie di passi intenzionali, e a volte magari solo passi sbagliati, che hanno alimentato l’animosità etnica. Entrambi i partiti usano saltuariamente, soprattutto nei momenti critici, l’appoggio dei “mungiki” e delle squadre organizzate e pagate di giovani disoccupati e disperati. I mungiki sono nati all’inizio degli anni Novanta come una comunità di kikuyu che voleva tornare alla religione ancestrale, la venerazione di Ngai (Dio) rappresentato dal monte Kenya, e via discorrendo. Lentamente questo gruppo è degenerato in una specie di piccola mafia che a Nairobi ha controllato, per esempio, alcune delle linee di trasporto, e che riesce a mobilitare gli adepti anche per azioni violente e criminali. In questo gruppo ci sono ora anche non-kikuyu, ma tendenzialmente si identifica con la difesa delle comunità e degli interessi kikuyu. A questa setta parareligiosa si contrappongono le squadre di giovani disoccupati di Kibera controllate da Raila Odinga e delle quali Raila si è sempre servito per provocare disordini di piazza, più di una volta all’evidente ricerca dei morti da poter poi usare per i propri scopi. Sono i due volti peggiori dello scontro in atto. Non ho elementi certi per capire che cosa sia successo fuori Nairobi: le notizie sono frammentarie e sempre di parte. A Nairobi, però, posso dire che la maggioranza delle vittime di questi ultimi giorni non è stata uccisa negli scontri con la polizia, ma da azioni organizzate da questi due gruppi. Così a Kawangware, dove i kikuyu sono prevalenti, hanno attaccato case e piccole attività artigianali dei luo; l’opposto è avvenuto a Kibera. Purtroppo, come sempre capita, a farne le spese sono le persone inermi e innocenti.
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giovedì, 11 ottobre 2007

NO MORE TURNING AWAY!

 Sunset in the bush
E' un unvito:
per chi non l'ha mai ascoltata, a prendersi qualche minuto e farsi penetrare completamente dal suono, che quasi graffia l'anima...
per chi già la conosce,a leggere con attenzione le sue parole, ricche di denuncia, ma che invitano alla speranza e all'impegno,
per chi la ama e la condivide, come me, a riflettere ancora una volta sul suo messaggio e perdersi di nuovo nel suo ascolto!
On the turning away
From the pale and downtrodden
And the words they say
Which we won’t understand
Don’t accept that what’s happening
Is just a case of others suffering
Or you’ll find that you’re joining in
The turning away
 
It’s a sin that somehow
Light is changing to shadow
And casting its shroud
Over all we have known
Unaware how the ranks have grown
Driven on by a heart of stone
We could find that were all alone
In the dream of the proud
 
On the wings of the night
As the daytime is stirring
Where the speechless unite
In a silent accord
Using words you will find are strange
And mesmerized as they light the flame
Feel the new wind of change
On the wings of the night
 
No more turning away
From the weak and the weary
No more turning away
From the coldness inside
Just a world that we all must share
It’s not enough just to stand and stare
Is it only a dream that there’ll be
No more turning away?
PINK FLOYD
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lunedì, 24 settembre 2007

Omaggio a Pavese

Cesare Pavese, scrittore, poeta, uomo.
Mi ha accompagnato con i suoi libri per  anni, gli anni della mia post adolescenza, affascinandomi con il suo modo di scrivere e di descrivere.
Un uomo  scomparso troppo presto dalle scene della letteratura italiana.
Un uomo che forse si è arreso, davanti alla vita, ma non per questo, meno degno di stima.
Semmai, con la grande necessità di essere compreso, in quel suo gesto estremo....
Anche tu sei l'amore. 
Sei di sangue e di terra
come gli altri. Cammini
come chi non si stacca
dalla porta di casa.
Guardi come chi attende
e non vede. Sei terra
che dolora e che tace.
Hai sussulti e stanchezze,
hai parole - cammini
in attesa. L'amore
é il tuo sangue - non altro
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Cesare Pavese (1908-1950)    
Cesare Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, dove il padre, cancelliere del tribunale di Torino, aveva un podere. Ben presto la famiglia si trasferisce a Torino, anche se le colline del suo paese rimarranno per sempre impresse nella mente dello scrittore e si fonderanno pascolianamente con l’idea mitica dell’infanzia e della nostalgia. Il padre di Cesare muore quasi subito: questo episodio inciderà molto sull’indole del ragazzo, già di per sé scontroso e introverso. 
Molti si sono occupati dell’adolescenza di Cesare, di questo ragazzo timido, amante dei libri, della natura e sempre pronto ad isolarsi dagli altri, a nascondersi, a inseguire farfalle e uccelli, a sondare il mistero dei boschi. 
Davide Laiolo, suo grande amico, in un libro intitolato Il vizio assurdo tende a evidenziare due elementi fondamentali: la morte del padre e il conseguente irrigidirsi della madre che, con la sua freddezza e il suo riserbo, attuerà un sistema educativo più da padre asciutto e aspro che non da madre affettuosa e dolce. L’altro elemento è la tendenza al «vizio assurdo», la vocazione suicida. Ritroviamo infatti sempre un accenno alla mania suicida in tutte le lettere del periodo liceale, soprattutto quelle dirette all’amico Mario Sturani. 
Questo mondo adolescente di Cesare, così difficile, così traboccante di solitudine e di isolamento per Monti sarebbe invece il risultato della introversione tipica della adolescenza, per Fernandez la risultante di traumi infantili (morte del padre e mondo femminile in cui viene allevato, desiderio inconscio di autopunizione). Per altri ancora invece il dramma della impotenza sessuale, indimostrabile forse, ma a momenti rintracciabile in alcune pagine de Il mestiere di vivere. 
Qualunque sia l’interpretazione che si vuole dare a questi primi anni, non si può negare che si profila subito in essi la storia di un destino tragico e amaro, evidenziato da un disperato bisogno d’amore, da una ricerca di apertura verso gli altri, verso il mondo, verso le relazioni interpersonali, destino di solitudine, di amarezza, di disperata sconfitta. Una grande dicotomia tra l’attrazione per la solitudine e il bisogno di non essere solo. 
Dibattuto tra gli estremi di una orgogliosa affermazione di sé e della constatazione di una sua inadattabilità alla vita, Pavese sceglie fin da ragazzo la letteratura «come schermo metaforico della sua condizione esistenziale» in essa cercando la risoluzione dei suoi conflitti interiori. 
Studia nell’Istituto Sociale dei Gesuiti e nel Ginnasio moderno, quindi passa al Liceo D’Azeglio, dove avrà come professore un maestro d’umanità, Augusto Monti, al quale molti intellettuali torinesi di quegli anni devono tanto. L’ingresso al liceo D’Azeglio è di somma importanza per la vita di Cesare, il quale tra il 1923 e il 1926 partecipa a quel rinnovamento delle coscienze che non solo esercitava l’azione educatrice di Monti ma che trovava concretezza e palpabilità nell’opera di Gramsci e Gobetti. Dapprima Pavese è assai riluttante a impegnarsi attivamente nella lotta politica, verso la quale egli non nutre grande interesse, anche perché tende a fondere sempre il motivo politico con quello più propriamente letterario. È però attratto dai giovani che seguono Monti: Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Tullio Pinelli, Massimo Mila, i quali non aderiscono né al movimento di Strapaese (legato al fascismo) né a quello di Stracittà (movimento apparentemente progressivo ma in realtà anch’esso trincerato dietro lo scudo fascista), in opposizione ai quali essi coniano la sigla Strabarriera. 
Cesare trova gusto nelle discussioni, si trova a suo agio nelle trattorie, assieme agli operai, ai venditori ambulanti, alla gente qualunque: molti di questi saranno un giorno protagonisti dei suoi romanzi. Ha la sensazione di essere giovane, rinato e, negli ultimi anni dell’Università, nella sua vita privata entra colei che sarà al centro della sua anima, «la donna dalla voce rauca». Cesare appare addirittura trasformato: per tutto il tempo durante il quale ha la sensazione che questa donna gli sia vicina, diventa cordiale, umano, affettuoso, aperto al colloquio con gli altri. Quella donna gli riporta l’incanto dell’infanzia, il suo viso, quando non la sente sua non è più il mattino chiaro, è una nube, ma una nube dolcissima e, anche se vive altrove, gli riflette sempre «lo sfondo antico». Quelle colline e quel cielo tornano ancora umanissimi come il «dolce incavo della sua bocca». 
Nel 1930 (a soli ventidue anni) si laurea con una tesi Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman e comincia a lavorare alla rivista «La cultura», insegnando in scuole serali e private, dedicandosi alla traduzione della letteratura inglese e americana nella quale acquisisce ben presto fama e notorietà. Gli anni del liceo e poi dell’università portano nella vita del ragazzo solitario il suggello dell’amicizia: tutto contribuisce ad umanizzare le sue rabbiose letture: le dispute letterarie, l’eccitante accostamento al mondo vietato della politica, i caffè concerto, i miti sfolgoranti dell’industria cinematografica, le marce in collina, le vogate sul Po che rinvigoriscono il suo corpo, precocemente squassato dall’asma. In confronto al paese, la città si presenta come una grande fiera, come una festa continua. Di giorno la vita è piena, i negozi sono tanti, i tram sferragliano e dovunque si ascolta musica. 
Nel 1931 muore la madre, pochi mesi dopo la laurea: per l’ammirazione mai manifestata e per il rimorso di non aver mai saputo dimostrare il suo affetto e la sua tenerezza per lei, la sua morte segna un altro solco amaro nella vita dello scrittore. Rimasto solo, si trasferisce nell’abitazione della sorella Maria, presso la quale resterà fino alla morte.
Intanto sempre nel 1931 viene stampata a Firenze la sua prima traduzione: Il nostro signor Wrenn di Sinclair Lewis. Il mestiere di traduttore ha tale importanza non solo nella vita di Pavese ma per tutta la cultura, da aprire uno spiraglio a un periodo nuovo nella narrativa italiana. Con le sue traduzioni, egli dà la misura di quanto sia grande la sua ansia di libertà, la sua esigenza di rompere lo schema delle retoriche nazionalistiche e aprire a sé e agli altri nuovi orizzonti culturali, capaci di smuovere quelle incrostazioni vecchie e nuove che avevano fatto ammalare la società italiana. Egli vuole presentare coscientemente «il gigantesco teatro dove, con maggior franchezza che altrove, veniva recitato il dramma di tutti». Il fascismo negava ogni iniziativa alle grandi masse, condannava e impediva gli scioperi, mentre in quei romanzi americani si leggeva la possibilità di creare nuovi rapporti sociali. 
Contro la monotonia della prosa d’arte e diversamente dall’Ermetismo, Pavese dimostrava come il contatto con le grandi masse americane attraverso quei romanzi vivificasse anche il linguaggio, con l’inserimento della parlata popolare, sì da renderlo congeniale con i nuovi contenuti. Di tutti, quello che diventa la coscienza del suo destino è Peter Mathiessen (lo scrittore della Natura: Il leopardo delle nevi, L’albero dove è nato l’uomo, Il silenzio africano NdR.), per la comune ricerca del linguaggio, per il senso tragico e per il considerare inutile la vita, nonché per l’estremo gesto suicida. 
Nel 1933 sorge la casa editrice Einaudi al cui progetto Pavese partecipa con entusiasmo per l’amicizia che lo lega a Giulio Einaudi: questi sono gli anni dei suoi momenti migliori con «la donna dalla voce rauca», una intellettuale laureata in matematica e fortemente impegnata nella lotta antifascista: Cesare accetta di far giungere al proprio domicilio lettere fortemente compromettenti sul piano politico: scoperto, non fa il nome della donna e il 15 maggio 1935 viene condannato per sospetto antifascismo a tre anni di confino da scontare a Brancaleone Calabro. Tre anni che si ridurranno poi a meno di uno, per richiesta di grazia: torna infatti dal confino nel marzo del 1936, ma questo ritorno coincide con un’amara delusione: l’abbandono della donna e il matrimonio di lei con un altro. L’esperienza (che sarà il soggetto del suo primo romanzo, Il carcere), e la delusione giocano insieme per farlo sprofondare in una crisi grave e profonda, che per anni lo terrà avvinto alla tentazione dolorosa e sempre presente del suicidio. 
Si richiude in un isolamento forse peggiore di quello adolescenziale ma ancora una volta a salvarlo è la letteratura, il suo «valere alla penna». 
Nel 1936 compare a Firenze, per le edizioni Solaria, la prima raccolta di poesie Lavorare stanca che comprendeva le poesie scritte dal 1931 al 1935 e che fu letta da pochi. Una seconda edizione, comprendente anche le poesie scritte fino al 1940, fu pubblicata nel 1942 da Einaudi. In quegli anni scrive ancora racconti, romanzi brevi, saggi. Esce nel 1941 la sua prima opera narrativa, Paesi tuoi, «ambiantata in quelle colline e vigne delle Langhe, che accanto alla Torino dei viali e dei caffè, dei fiumi e delle osterie, costituisce l'altro grande luogo mitico della poetica pavesiana» (Emilio Cecchi). Sembra aver riacquistato la fiducia in se stesso e nella vita e, soprattutto frequentando gli intellettuali antifascisti della sua città, pare aver maturato anche una coscienza politica. Tuttavia non partecipa né alla guerra né alla Resistenza: chiamato alle armi, viene dimesso perché malato di asma.  
Destinato a Roma per aprire una sede della Einaudi, si trova isolato e in lui prevale la ripugnanza fisica per la violenza, per gli orrori che la guerra comporta e si rifugia nel Monferrato presso la sorella, dove vivrà per due anni «recluso tra le colline» con un accenno di crisi religiosa e soprattutto con la certezza di essere diverso, di non sapere partecipare alla vita, di non riuscire a essere attivo e presente, di non essere capace di avere ideali concreti per vivere (motivi che ritorneranno nel Corrado de La casa in collina e che in un certo senso riportano alla inettitudine sveviana e quindi al Decadentismo). 
Dopo la fine della guerra si iscrive al Partito comunista ma anche questa scelta, come la crisi religiosa, altro non era se non un ennesimo equivoco, una nuova maniera di prendere in giro se stesso, di illudersi di possedere quella capacità di aderenza alle cose, alle scelte, all’impegno che invece gli mancavano. La sua probabilmente era una sorta di tentativo di riparazione, di voglia di mettere a posto la coscienza e del resto ancora il suo impegno è sempre letterario: scrive articoli e saggi di ispirazione etico-civile, riprende il suo lavoro editoriale, riorganizzando la casa editrice Einaudi, si interessa di mitologia e di etnologia, elaborando la sua teoria sul mito, concretizzata nei Dialoghi con Leucò. 
Recatosi a Roma per lavoro (dove soggiornerà per un periodo stabilmente, a parte qualche periodica evasione nelle Langhe) conosce una giovane attrice: Constance Dowling. È di nuovo l’amore. La giovane con le sue efelidi rosse e forse in qualche modo con una sincera ammirazione per un uomo ormai famoso e noto, ricco di intelletto e capace di una forte emotività, accende ancora una volta Cesare, ma poi va via, lo abbandona. Costance torna in America e Pavese scrive Verrà la morte e avrà i tuoi occhi… 
A questo secondo abbandono, alle crisi politiche e religiose che riprendono a sconvolgerlo, allo sgomento e all’angoscia che lo assalgono nonostante i successi letterari (nel 1938 Il compagno vince il premio Salento; nel 1949 La bella estate ottiene il premio Strega; pubblica La luna e i falò, considerato il suo miglior racconto) alla nuova ondata di solitudine e di senso di vuoto non riesce più a reagire. Logorato, stanco, ma in fondo perfettamente lucido, si toglie la vita in una camera dell' albergo Roma di Torino ingoiando una forte dose di barbiturici. È il 27 agosto del 1950. Solo un'annotazione, sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul comodino della stanza «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.». 
Aveva solo 42 anni.
http://www.stefanotorre.it/biografia_di_cesare_pavese_sc_179.htm
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categorie: poesia
giovedì, 13 settembre 2007

È arrivato stamattina un sms da parte di una delle mie più care amiche che vive là, in Africa:
"my husband died this morning"
Frozen : mi ha lasciato di ghiaccio.
In una frase, una tragedia umana, famigliare, tipicamente africana.
Quest’estate avevo appena scoperto, per vie indirette, che lei era diventata sieropositiva, contagiata dal marito.
lei ha poco più di 30 anni, 2 figli, di cui uno è nato il 30 novembre 2006, quindi ha meno di 10 mesi e, forse, grazie a Dio e alla Nevirapina, lui è stato negativizzato dopo la nascita - la bambina ha circa 8 anni ed è sicuramente negativa.
In Kenya il segno + non è certo sinonimo di buon auspicio.
Ancora una volta si ripresenta la rabbia per qualcosa che si poteva assolutamente evitare e che purtroppo ha delle ripercussioni pesantissime su una famiglia e, nella fattispecie, sulla famiglia di una  cara amica.
La rabbia è simile a quella che già mi aveva percorso quest'estate, quando ero stata vicina a Duncan, mentre l'AIDS, allo stadio terminale , se lo stava portando via.
Ho visto morire Duncan,  12 anni che, ancora quando riusciva a parlare, mi diceva che aveva voglia di tornare a scuola ...ho visto il suo scheletro ricoperto di pelle, tirato come uno strumento a percussione africano, ho visto i suoi occhi, profondamente tristi, che tentavano di sorridermi, mentre sedevo accanto a lui, leggendogli dei libri, mentre tentava di mangiare qualche biscotto ....ho visto il suo corpo dopo che il soffio vitale lo aveva lasciato, magro, malvestito, con il nastro adesivo sul viso, abbandonato su un lettino di metallo in una camera mortuaria imperniata dell'odore acre di formalina, in compagnia di altri 2 corpi e, idealmente, in compagnia di migliaia di altri corpi sparsi per tutta l’Africa….
Ho sentito la rabbia, forte e incontenibile, salirmi dentro ed avvolgermi completamente. La rabbia verso coloro che l’hanno messo al mondo, senza preoccuparsi di ciò che stavano facendo, trasmettendogli la malattia che li avrebbe uccisi e lo avrebbe ucciso, malattia contratta a causa della mancanza di consapevolezza, della mancanza di prevenzione e rabbia anche verso tutte le persone si contagiano con l’HIV e portano con sé la morte, non solo la propria morte ma la morte dei propri figli, che invece sarebbero chiamati a proteggere e a far crescere….
Un ‘J’accuse’ che forse non ho alcun diritto di esprimere ma che mi sale da dentro, in modo impetuoso ed urlante. Ho vissuto e vivo spesso accanto a loro, conosco le loro vite, le loro vicende. Conosco  bambini orfani e sieropositivi che hanno un destino segnato. Che diritto hanno queste persone di contrarre il virus e di trasmetterlo alle proprie mogli, ai propri mariti, ai propri figli? Se è vero che la nostra vita non ci appartiene e che non abbiamo diritto di togliere a nessuno la vita, allora mi chiedo con quale diritto queste persone contraggono e trasmettono il virus??
E le parole ignoranza o incosapevoelzza non mi dicono nulla.
Le campagne di prevenzione vengo fatte, le persone vengono informate, l'AIDS è conosciuto, e allora, perchè???? Cosa stiamo sbagliando nel cercare di far comprendere il rischio mortale di tale malattia e , per contro, cosa non funziona nelle campagne di prevenzione, cosa non viene appreso ed elaborato?
Non cercare le risposte che non possono esserti date perché non saresti capace di convivere con esse” scriveva R.M. Rilke.
Non so descrivere ancora come sto. È come quando hai preso tanti colpi ed il successivo che ti arriva è come se te lo aspettassi, e quindi è quasi come se non sentissi il male forte che hai sentito la prima volta..... è un senso come di accettazione, di prostrazione, davanti al destino di coloro a cui vuoi bene.
Ma allo stesso tempo è terribile. Il mio cuore, il mio spirito sono colmi, traboccano, di una tristezza e di una sofferenza senza lacrime, perché più forte, più profonda, meno emotiva ma che scalfisce l’anima.
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martedì, 11 settembre 2007

A time for everything....

Sunset in the bush
To every thing there is a season, and a time to every purpose under the heaven:
A time to be born, and a time to die;
a time to plant, and a time to pluck up which is planted; 
A time to kill, and a time to heal;
a time to break down, and a time to build up;
A time to weep, and a time to laugh;
a time to mourn, and a time to dance;
A time to cast away stones and a time to gather stones together;
a time to embrace, and a time to refrain from embracing;
A time to get, and a time to lose;
a time to keep, and a time to cast away;
A time to rend, and a time to sew;
a time to keep silence, and a time to speak;
A time to love, and a time to hate;
a time of war, and a time of peace.
 
Per ogni cosa c' è la sua stagione c' è un tempo per ogni situazione sotto il cielo:  
un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato,  
un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire,  
un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per far cordoglio e un tempo per danzare,
un tempo per gettare via pietre e un tempo per raccogliere pietre,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci,  
un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per conservare e un tempo per buttare via,  
un tempo per strappare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare,  
un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace
Il Libro di Qoelet
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venerdì, 07 settembre 2007

TERRA

Nasciamo, per così dire, provvisoriamente, da qualche parte;
soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente
R.M.RILKELa Rift Valley
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sabato, 02 giugno 2007

Ai miei mentori

E' stato un anno particolare, intenso e generatore. Un anno anche faticoso, costellato di piccoli e grandi rinunce. Un anno che ha segnato un cambiamento importante, radicale sarebbe meglio definirlo, che ha fatto emergere un confine tra il prima e il dopo, che ha però generato una grande pienezza interiore.
Ed è stata la scelta, la decisione, sofferta e triturata dentro, di seguire, finalmente, la spinta che non poteva più stare rinchiusa... forse esite davvero il DAIMON che ci guida e ci tortura interiormente, sinchè non decidiamo di dargli ascolto.....
Fatica, sofferenza e talvolta crisi, nello stare in equilibrio dentro ad un nuovo mondo che ha comportato la rinuncia ad una carriera bene avviata e ad una sicurezza economica che non poteva  però fare più parte del mio percorso di vita.
Ma i giorni di quest'anno sono stati costellati, in gran parte, dalla consapevolezza che tale fatica, tale sofferenza, tale abbandono delle antiche sicurezze erano necessari momenti da vivere e talvolta patire, nel cammino che ho iniziato a percorrere.
Ed è proprio grazie alle rinunce che ho dovuto operare che ancor di più ho imparato a rivolgermi all'essenziale, a quel poco di materiale che in realtà è necessario per vivere, ma del quale ci siamo tutti scordati, affascinati e spesso inconsapevolmente coinvolti nella giostra dell'inutile e del superfluo.
Ho imparato che per me è davvero poco ciò che è realmente necessario (di cui non si può fare a meno), dal punto di vista materiale ed economico, il resto, tutto il resto, è qualcosa di più, a cui si può benissimo rinunciare. Ho imparato molto anche su di me e sulle mie capacità di attraversare le contrarietà e di superare gli ostacoli.

Sono riconoscente, perchè posso comunque dire di aver ricevuto moltissimo, in termini di esperienza, di conoscenza, di emozioni, di passione, di desiderio di fare e di apprendere.
E questi sono gli aspetti della vita che più hanno per me valore.
Posso ora dire, quando quest'anno accademico sta per concludersi, che davvero ne è valsa la pena e che ancora ne vale la pena per i prossimi anni a venire, sinchè non si arriverà alla laurea ed anche in seguito.
La conoscenza arriva tramite l'amore e la passione e tutti coloro che mi sono stati maestri e mentori in questo anno mi hanno infuso amore e passione e per questo sarò sempre loro grata.
Sono stata privilegiata ad incontrarli nel mio cammino e mi auguro che altri possano accogliere in se stessi tutto ciò che io sono riuscita a raccogliere da loro.
L'essenziale è invisibile agli occhi, non si vede bene che col cuore.
Ed uno dei miei amati mentori insegna che 'il cuore si deve aprire.. come un occhio interiore'

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giovedì, 19 aprile 2007

ASSENZA

Si ritorna a scrivere, dopo mesi di silenzio in rete ma con tante parole dette ed udite altrove.... lo studio mi assorbe interamente il tempo e non ne resta più per il blog....

per ora solo poche ma profonde intensissime parole che stanno contribuendo ad operare la trasformazione....che dedico ad uno dei miei mentori........

saluto tutti coloro che ancora ogni tanto si tuffano in questo blog e li invito a lasciare una loro traccia ....

.

Sii paziente verso tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore e ... 

cerca di amare le domande, che sono simili a

stanze chiuse a chiave e a libri scritti in una lingua straniera. 

Non cercare ora le risposte che non possono esserti date

poiché non saresti capace di convivere con esse.

E il punto è vivere ogni cosa. Vivi le domande ora.

Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga, di vivere fino al lontano

giorno in cui avrai la risposta

R.M. RILKE

And we have just to exist, but simply, but persistently

like the earth according to the seasons

clear and dark and all confined in the space

just demanding to lay nowhere else but

in the reticulum of the influences and forces

where the stars feel confident

R. M. RILKE

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